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CHI SONO

Sono Psicologa, Esperta in tecniche di rilassamento, Counsellor, Psicoterapeuta sistemico relazionale-individuale e Terapeuta EMDR.

Il mio percorso formativo è cominciato laureandomi in Psicologia (indirizzo clinico e di comunità) presso l’Università di Padova e svolgendo subito dopo il tirocinio presso l’associazione “A.G.R.E.S” di Cislago (VA) dove ho lavorato con bambini portatori di disabilità fisica e/o psichica (autismo, adhd, psicosi, borderline, ritardi mentali medio/gravi, x-fragile, sindrome di Jobert, distrofia muscolare, ecc.). L'iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia arriva nel gennaio 2007, anno in cui apro anche il mio studio privato.

Successivamente ho frequentato due Master post lauream per psicologi: uno in “Tecniche di rilassamento” e l’altro in “Couseling clinico e di comunità cognitivo-comportamentale con approccio integrato”, mi sono poi specializzata in psicoterapia sistemico familiare-individuale presso la scuola Mara Selvini Palazzoli e ho conseguito la certificazione EMDR .

Aggiornamenti, tecniche nuove e una formazione che non ha mai fine sono dei valori in cui credo per svolgere sempre meglio la mia professione.


Ho imparato ormai da tempo che alcuni pazienti sono curiosi di sapere qualcosa del terapeuta che si trovano di fronte, qualcuno è discreto, altri sono più sfacciati e chiedono direttamente cose personali; io non condivido appieno la teoria secondo la quale lo psicologo debba essere completamente sconosciuto al proprio paziente e non debba rivelare nulla della propria vita personale, ma certamente condivido l'idea che esistano dei limiti. Penso che non ci sia nulla di male a esplicitare qualche piccola informazione personale, noi riceviamo molto dai nostri pazienti, a volte grandi segreti familiari, piccoli dettagli, o anche esperienze travolgenti, inoltre è inevitabilmente non parlare di sè, l'abbigliamento, l'arredamento dello studio, il modo di muoversi parlano al nostro posto. Io ho deciso di raccontare di me qualcosa che ritengo "consentito", di presentarmi per quella che sono e quella che i miei pazienti si troveranno davanti, la mia storia arricchisce e costruisce il mio modo di essere psicologa, ma viene anche messa consapevolmente da parte per lasciare spazio ad una mente libera da pregiudizi e valori personali. Ecco quindi che a quei pazienti curiosi di sapere chi sono, mi presento. Questa sono io: 

In una Milano coperta da venti centimetri di neve che sembrano rallentare la città, alle 23:00 di una fredda notte di dicembre nasco io. Infreddolita e con i puntini sul naso mi presento al mondo facendo il mio primo urlo.
Vivo per qualche anno nella città della “Madunina” finché la mia famiglia decide di trasferirsi in un piccolo paesino della provincia milanese. 
Qui frequento gli ultimi due anni di scuola materna con Suor Savina, una suora dalle “forme molto morbide” e di una dolcezza infinita; le scuole elementari, il cui ricordo più bello sarà e resterà per sempre la mitica maestra Piera V.: quaranta chili di muscoli e nervi, rossetto rosa shocking, ombretto azzurro, scarpe basse e pantaloni. Donna grintosa ed energica, insegna con passione l’italiano, la matematica, ad apprezzare la lettura (a nove anni ci legge con trasporto “Il grande sole di Hiroshima”), il saper giocare e mettercela tutta, a scrivere in bella grafia x non essere “sciam da gaina”, insegna a dare il massimo e a essere premiati, insegna … la vita. Quando noi, i suoi alunni, venivamo premiati per l’impegno messo nello studio, in fila per due e in rigoroso silenzio (mentre gli altri erano in classe a far lezione), con la pallina in mano e a passo deciso, ci faceva sgattaiolare giù per le scale fino alla palestra, e una volta chiusa la porta …. si scatenava “la furia”!!! La maestra diventava giocatore, gli alunni piccole belve impazzite che correvano a destra e sinistra per non essere presi dalla palla bruciante (nel senso che quanto ti colpiva, bruciava il segno per mezz’ora), Piera ci incitava a tirare, correre e darsi da fare e quando con una pallinata in pieno viso le saltò un ponte dei denti ... era sicuro che avevamo imparato a giocare bene, anche troppo! Si dice che a volte l’allievo superi il maestro … non c’è situazione più azzeccata di questa! Nella sua classe due erano le cose che suonavano: o le canzoni che uscivano dal giradischi e che tutti quanti cantavamo insieme, o le note secche degli scappellotti sulla testa quando uno di noi faceva ripetutamente e con distrazione lo stesso errore. Io non scorderò mai che la parola bambino ha una “m” e una “n” da quella volta che a sorpresa finii col naso sul quaderno per aver scritto “banbino”. 
L’ultimo giorno di scuola, dopo gli esami di quinta, come saluto, la maestra Piera regalò un libro a tutti noi, quello fu il suo ultimo anno di insegnamento. Il mio libro fu “L’isola misteriosa", che ad oggi conservo gelosamente nella mia libreria in memoria di una donna e maestra con la M maiuscola meritevole di essere ricordata.
Nell'hinterland milanese frequento anche le scuole medie, condividendo con le amiche fidate feste di compleanno dei compagni di classe, lacrime per i primi amori, partite di pallavolo al campetto, prediche del prete del paese, bigiate dell’oratorio e della messa domenicale, risate e mattate tipiche di quell’età. 
Le superiori sono qualcosa di nuovo: scuole grandi, dove esistono più sezioni che le semplici A e B del piccolo paesino, dove i compagni di classe non si conoscono e dove tutto sembra nuovo, strano … dove s’inizia a sentirsi grandi.
Volente o nolente (più nolente che volente) frequento il primo anno di liceo scientifico, dove il benvenuto mi viene dato da un’acida e grassa insegnante di italiano che mi prende subito in antipatia. A quattordici anni, con timidezza e soggezione per gli adulti non capisco come una donna matura e di quell’età possa accanirsi a quel modo contro una ragazzina. Ad oggi so che non tutti gli adulti in realtà si comportano come tali, e che alcuni di essi hanno bisogno di sfogare su altri le proprie frustrazioni per sentirsi importanti o semplicemente credere di essere forti o migliori. Le simpatie ed antipatie esistono da sempre e sempre esisteranno, la differenza è fatta da chi con maturità è in grado di scindere la sfera privata da quella professionale, chi è in grado di valutare una persona per ciò che fa e non per ciò che sembra o per l’eco che le fa risuonare dentro di sè.
Finito questo terribile anno, mi iscrivo a ragioneria, non per amore della materia ma perché con le idee confuse e l’impossibilità di frequentare la scuola che veramente sento mia. 
Gli anni delle scuole superiori tuttavia sono ricchi di bei ricordi. Con alcuni compagni di classe si crea un bel gruppo: si organizzano numerose uscite nei weekend, cene e compleanni; ad oggi qualche volta il vecchio gruppo si ritrova seduto intorno al tavolo di un pub per aggiornarsi su novità e … pettegolezzi del tipo: “ma che fine ha fatto quello/a là?”. Le gite scolastiche all’estero sono il pensiero principale di tutti, come ingegnarsi a copiare durante i compiti in classe, una cosa da non sottovalutare, e le ripetizioni di ragioneria un tedio! 
E che fare dopo le superiori? Piano piano e lentamente inizia a nascere in me un certo interesse e curiosità per le persone, una certa predisposizione ad ascoltare le loro storie, i loro modi di pensare, di trarre le conclusioni, di arrabbiarsi, un vivo interesse nel capire come una persona diventa ciò che è, e come vive gli eventi della vita. La possibilità allora è solo una: psicologia.
Mi iscrivo alla facoltà di Psicologia di Padova nell’ottobre 1999, vivo nella piccola cittadina universitaria condividendo un appartamento con altre ragazze che diverranno in seguito grandi amiche. In quella casa al terzo piano si mescolano amicizie, accenti, ricette, modi di dire e di fare, ritmi, storie di vita, risate, colori, musica, programmi tv, biancheria da lavare, voci, libri, telefonate e di tutto un po’. Gli esami all’università si susseguono e alternano all’aperitivo in Piazza delle Erbe o nel locale che offre gli stuzzichini più golosi, a lunghe passeggiate per il centro guardando i laureati che davanti al BO leggono i loro papiri davanti a parenti sorridenti e passanti divertiti, alle corse per arrivare puntuale alla lezione delle 8:00 o alla trattativa con l’amica di stanza per mandare lei a lezione e stare a casa a dormire, a soffocanti notti estive e gelide e umide serate invernali, ad accese litigate per determinare i turni delle pulizie, a discussioni coi vicini per il “troppo rumore” dell’appartamento “universitario”, ad assaggi dai piatti di tutte le amiche per votare la cena migliore. Un susseguirsi di viaggi in treno tra Milano e Padova fino a dicembre 2003, quando in un’antica ed affrescata aula del BO, davanti a parenti e amici mi laureo in psicologia (indirizzo clinico e di comunità). Quel giorno al palazzo del BO e in piazza ci sono io, vestita da farfalla, in piedi su una panchina con in mano una bottiglia di prosecco, a leggere il mio papiro. Solo chi conosce i riti goliardici della città di Padova può capire cosa significhi “laurearsi” lì.
Svolgo il tirocinio presso l’associazione A.g.r.e.s., dove lavoro con bambini e ragazzi portatori di disabilità fisica e/o psichica come autismo, adhd, psicosi, disturbo di personalità borderline, ritardi mentali medio/gravi, x-fragile, sindrome di Jobert, distrofia muscolare, fibrosi cistica ecc. Bambini bellissimi che in alcuni casi vivono in un mondo tutto loro, piccole creature che non sono state propriamente baciate dalla fortuna ma che con determinazione e costanza si impegnano e lavorano per ottenere piccoli e grandi risultati. Innocenti occhioni blu che non incontrano mai il tuo sguardo, un sorriso sdentato che perde saliva perennemente, passi tremanti e precari a braccia tese, dita ad uncino pronte a pizzicare la pelle, respiro affannoso e agitato, capelli rossi e un corpo senza tonicità, sguardo sveglio e sempre imbronciato, voce in falsetto e senso di inadeguatezza, calma apparente da cui scaturisce un pugno, starnuti in faccia, pianti, risate e genitori sempre sorridenti dietro la porta che li aspettano. Sempre in attesa di sapere cosa hanno fatto quel giorno, cosa hanno imparato, come si sono comportati, sempre disponibili a scambiare quattro chiacchiere e a regalare un sorriso. E mentre finisco il mio anno di praticantato chiedendomi “e se capitasse a me riuscirei ad essere forte come loro?”, la data dell’esame di Stato si avvicina. Tre prove d’esame all’Università di Torino, e infine l’iscrizione all’Albo degli Psicologi della Lombardia.
La psicologia però, per quanto bella ed interessante all'inizio non mi garantiva uno stipendio fisso né tanto meno sufficiente, occorreva arrangiarsi e dedicarsi anche ad altro; lavoro come insegnante di sostegno in una scuola media, come educatrice e coordinatrice nei centri estivi, come impiegata in due diverse ditte farmaceutiche. 
Nel frattempo la voglia di imparare di più e continuare a studiare torna a farsi sentire, il desiderio di imparare su me stessa cosa sia il vero rilassamento, si concretizza nella frequenza di un Master per Psicologi in Tecniche di Rilassamento, che si rivelerà in seguito un percorso di crescita interiore a livello personale e professionale. L’anno successivo mi iscrivo ad un Master in counselling cognitivo-comportamentale con approccio integrato.  
Nel 2007 da un sogno, ma anche da un po’ di coraggio apro il mio studio dove comincio a ricevere i pazienti.
C'è qualcosa però che ancora mi manca, un pezzetto fondamentale che collega il tutto; in studio arrivano principalmente persone che chiedono colloqui individuali, ma che nel cuore, nei comportamenti e nei pensieri si portano costantemente con sè le persone importanti della propria vita: familiari, partner e amici. Lavorare con un paziente senza avere uno sguardo su tutta questa parte non mi soddisfa appieno, avere una visione più ampia di tutta la famiglia e della rete sociale con cui si rapporta è, a mio avviso, una prospettiva molto interessante ed utile per poter lavorare meglio. Una scuola di psicoterapia sistemico relazionale è ciò che mi serve per poter acquisire nuovi strumenti e un nuovo modo di pensare ... ecco quindi che i miei studi proseguono, e penso proseguiranno senza fine fino a che diventerò vecchia e troppo stanca per studiare ancora. 
Credo che ci siano sempre cose da imparare nella psicologia, nuove teorie, strumenti, spunti di riflessione per migliorare e fare questo fantastico lavoro in modo sempre più accurato. Chi crede di sapere già tutto non potrà essere di nessun aiuto al proprio paziente.
Ancora oggi, come il giorno in cui sono nata, quando il ritmo frenetico del giorno rallenta, quando le persone si fermano per riposarsi, tutto è più silenzioso, le stelle e la luna alte in cielo e fuori si sentono solo i cani che abbaiano a qualche passante solitario, per me diventa il momento migliore per lavorare, leggere, riflettere sui casi dei miei pazienti in studio.