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mercoledì 14 giugno 2017

Per mano ti ho accompagnato… e ci siamo emozionati insieme!

9° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

La tristezza , tra tutte le emozioni che abbiamo visto, sembra essere quella più difficile da accettare all'interno della nostra società. Se penso ai miei pazienti che si rivolgono a me in studio, mi accorgo sempre più quanto in pochi riescano ad ascoltarsi ed accogliere questa emozione; la maggior parte la fugge, la ricopre di un bello strato di rabbia o la confonde con l’indifferenza. Quello che nel precedente articolo si è chiesto di fare con i vostri figli è: comprendere e riconoscere le emozioni del bambino, fare diventare la tristezza una lezione educativa, permettere al piccolo di riconoscere e comprendere ciò che sta vivendo, insegnargli le parole giuste che definiscono lo stato d'animo che prova in quel momento, contenere e in alcune occasioni dare dei limiti all’ emozione vissuta, permette al bambino di crearsi degli strumenti per affrontare la vita.

Accettazione o fuga?: Ora però mi fermo e vi pongo una domanda: come è possibile fare tutto ciò se, in primis, il genitore non è in grado di accogliere ed accettare la propria tristezza? E’ possibile insegnare a qualcuno a guidare senza saperlo fare? Certo, qualcuno potrebbe obiettare dicendo che la tristezza può essere spiegata chiaramente attraverso una descrizione dettagliata delle espressioni del volto e i comportamenti che ne conseguono (ex: pianto, isolamento, mancanza di appetito). Ma sarebbe come descrivere il gusto e la consistenza di una buonissima torta al cioccolato, avendo studiato gli ingredienti e la preparazione ma senza averne mai assaggiato un boccone. Sarebbe la stessa cosa? No, non lo sarebbe; ciò che fa la differenza in questo caso è la mancanza di esperienza. Perché a volte ci si sente maggiormente capiti da qualcuno che ha vissuto una nostra medesima esperienza, piacevole o spiacevole che sia, piuttosto che da qualcuno che non l’ha mai sperimentata e si limita ad immaginarla? E’ l’esperienza che in quel caso fa la differenza, il “sentire nella pancia” che effetto provoca quella situazione/episodio/evento. La stessa cosa accade per le emozioni: come possiamo spiegarle ai bambini se noi adulti per primi ce ne teniamo alla larga?

Ecco che allora, in questo articolo, voglio proporre delle attività per i “grandi”, per gli adulti che hanno bisogno di rinfrescarsi le idee su questa emozione che è anche “risorsa”, per chi se l’è dimenticata per strada, o per chi la vede come la peste…da evitare il più possibile.

Una nuova definizione: Prima di lasciarvi alle attività proposte vorrei proporre una nuova lettura dell’emozione tristezza. La tristezza è un’emozione forte e fondamentalmente spiacevole che si accompagna ad un lutto, un fallimento o una delusione. Essa si manifesta con il pianto, l’isolamento, la perdita di energia e di appetito; il corpo assume una postura di chiusura con spalle leggermente chiuse, capo chino, la bocca assume la tipica forma a “u” rovesciata. Tuttavia, la tristezza è anche un’occasione per riflettere, per staccarsi momentaneamente da tutto e tutti e rivolgere l’attenzione dentro se stessi, comprendere i propri errori, le proprie responsabilità, le proprie debolezze e promuovere il cambiamento, prendere decisioni importanti e significative. Essa è anche un momento di ricostruzione dopo per esempio una perdita, una tappa fondamentale per l’ elaborazione del lutto e la futura ripresa.


Clicca sul link per scaricare le schede:
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79dU5pWURLZ3lmNDQ/view?usp=sharing

Buon divertimento!

mercoledì 31 maggio 2017

La tristezza: spauracchio degli adulti

7° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

Ai giorni nostri non si può essere tristi! Nella nostra società non si è tristi, si è depressi!
Provate a pensare: quante persone quando sono giù di corda usano la parola tristezza? Quanti si descrivono come depressi? Eppure tra essere tristi ed essere depressi c’è una grande differenza, e noi psicologi lo sappiamo bene.
Ecco, allora riappropriamoci anche delle emozioni meno intense: abbiamo diritto di essere felici? Allo stesso modo, a mio parere, abbiamo diritto e bisogno, in determinate situazioni, di essere tristi e vivere quell’emozione fino in fondo, senza “buttarla sul ridere” perché bisogna cancellarla, o trovare il lato comico per forza per dimenticare quel momento. Alcuni grandi cambiamenti nelle persone si hanno proprio quando le cose non vanno bene, quando si sta male per qualcosa, quando si è stati tanto tristi … è lì che scatta un particolare “click”, che si gettano le basi per un  cambiamento importante.
Che motivo ci sarebbe di cambiare se tutto va bene? O anche solo parzialmente bene? Nessun motivo perché quel “bene” è sufficiente per andare avanti lasciando tutto immutato.

Quale tristezza?: - La tristezza, appartiene alle emozioni, cosiddette, di base, e può declinarsi in dolore, malinconia, infelicità, amarezza, disperazione, sgomento, solitudine e molte altre ancora.
I motivi che possono indurre una persona o un bambino a sentirsi tristi sono i più svariati: aver litigato con un caro amico, essere arrivati ultimi al torneo della scuola, aver presso un brutto voto, una cattiva giornata al lavoro e via dicendo. Esiste poi, una particolare tristezza che meriterebbe un capitolo a sé, e che si riferisce alla perdita di una persona cara, ovvero, il lutto. Questo secondo tipo di tristezza, è molto più intenso del primo, più duraturo e deve passare attraverso varie fasi di elaborazione per giungere poi al distacco finale. Il primo, è invece più facilmente gestibile e limitato nel tempo.

L’aspetto educativo della tristezza: - Avendo lavorato molto a contatto con bambini e adolescenti, ho potuto osservare quanto spesso i bimbi e i giovani di oggi non siano equipaggiati per fronteggiare i piccoli momenti di tristezza o frustrazione della vita. Questo aspetto, lo si può vedere bene a scuola, ed è quello che spesso le maestre, descrivono come un essere “viziati”: ovvero, l’andare in crisi davanti ad una piccola difficoltà. Il bambino che non è in grado di mettere in campo le proprie risorse per fronteggiare la situazione, quando si trova, per esempio,  ad aver sbagliato un compito e doverlo rifare, essere preso in giro da un compagno di classe, prendere un voto poco positivo, ha reazioni emotive intense, quali pianto sfrenato, capricci, rabbia, o sentirsi male (mal di pancia, mal di testa) per essere mandato a casa. L’adolescente invece, a confronto con difficoltà proprie di una scuola superiore, accusa il docente e attribuisce solo a lui la responsabilità del suo andamento negativo o abbandona la scuola perché completamente scoraggiato.

Da più parti, insegnanti che hanno alle spalle anni di docenza, riferiscono di trovarsi di fronte giovani sempre più fragili, pronti a crollare davanti alle difficoltà.

Educare alla tristezza, così come educare alle altre emozioni, permette ai bambini di crescere, di passare lentamente dall’infanzia all’età adulta, dove inevitabilmente ci saranno momenti di difficoltà da affrontare. E’ una palestra per poter osservare quali “attrezzi” si posseggono per superare il problema, eventualmente costruirne di nuovi, valutare quali funzionano e quali no e munirsi di un bel bagaglio ben fornito per ogni evenienza.

Essere dei genitori eccessivamente protettivi, che mettono sempre il cuscino sotto le ginocchia del proprio figlio per attutire la caduta, è l’equivalente di mandare un guerriero nudo a combattere una battaglia: come tornerà indietro se non ha di che proteggersi?

Clicca sul link per scaricare le schede:
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79R2hkYTVsS00tN3c/view?usp=sharing

Buon divertimento!

mercoledì 17 maggio 2017

La paura: quel brivido freddo lungo la schiena

6° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

Eccoci nuovamente ad affrontare un nuovo pezzettino di emozioni! Nello specifico in questo articolo completeremo il quadro della paura, conoscendone meglio alcune caratteristiche: si può apprendere? Quale intensità può avere? Che tipi di paure esistono?

La paura si può apprendere? La risposta è: sì, si può, e accade molto più spesso di quanto pensiamo. Non vi è mai capitato di conoscere una persona con un particolare tipo di paura, ad esempio per i cani o per gli insetti, e di accorgervi che la stessa paura ce l’ha anche il figlio o il nipotino? La paura per un particolare stimolo, può venire appresa dal bambino grazie alle persone che gli stanno accanto: per esempio i genitori, i nonni o gli zii; o anche altri bambini con i quali è a contatto per molto tempo, ad esempio compagni di gioco o fratelli. La paura verso uno stimolo specifico o una situazione possono essere imparate così come si imparano i giochi o le formule di cortesia. Questo accade in tre differenti modi: 1) il bambino osserva ripetutamente una serie di comportamenti precisi in una data persona, che per lui funge da modello; 2) il comportamento viene appreso se il bambino osserva che c’è una risposta che gli permette di evitare una conseguenza spiacevole. Facciamo un esempio: Marco ha paura di entrare in piscina, non appena, con la mamma, si avvicina all’acqua inizia a piangere ed urlare, la mamma per far cessare tale comportamento del figlio lo allontana e lo calma con un dolcino. Marco, la prossima volta, sarà rinforzato a comportarsi nuovamente così sia grazie all’allontanamento dall’acqua, che gli permette di far cessare la sua paura e calmare l’ansia nei confronti della piscina, sia grazie al dolcino che funge da ulteriore stimolo piacevole. 3) a causa dell’associazione ripetuta tra due stimoli. Facciamo anche qui un esempio per capire bene. Paolo, quando è con il nonno, gioca tranquillamente con i cani di grossa taglia che conosce. Fa la stessa cosa in presenza della mamma, che ha però una forte paura proprio per i tali animali a causa di un’esperienza passata. La donna, non appena vede il figlio avvicinarsi all’animale inizia ad urlare “Paolo, allontanati subito, via da lì! Non lo toccare” Il bambino si spaventa per la reazione della madre e senza capire si allontana dal cane. Ecco che se la situazione si ripete qualche volta, Paolo avrà dei buoni motivi per iniziare ad avere paura dei cani. Egli assocerà uno stimolo per lui innocuo, cioè il cane, ad uno carico di contenuto ansiogeno, l’urlo della mamma. Dopo un certo numero di associazioni, la sola vista di un cane provocherà nel bambino paura ed allontanamento.
Quale intensità può avere la paura? Anche la paura può avere un vasto numero di sfumature; infatti si può passare attraverso alcune emozioni mento intense, quali  esitazione, inquietudine, preoccupazione a timore e paura, arrivando poi a sfumature più cariche ed intense, tra cui troviamo l’ansia, il panico, il terrore e la fobia.
Che tipi di paure esistono? Di paure, nel regno umano, ne esistono tante quante tutti gli stimoli possibili ed immaginabili. Quando la paura però assume una particolare valenza disfunzionale per la persona che la sperimenta, si arriva a parlare di fobia. Le fobie più conosciute sono: aracnofobia (paura dei ragni), socio fobia (paura di essere giudicato negativamente nelle occasioni sociali), agorafobia (paura degli spazi aperti), claustrofobia (timore di restare confinato in spazi chiusi), ecc. Nonostante sia un disturbo fastidioso, la fobia attraverso particolari tipi di psicoterapia può essere combattuta.

Il nostro excursus nel regno della paura finisci qui, e lascia ora spazio a simpatiche attività da fare con il proprio bimbo.

Clicca sul link per scaricare:
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79SUtsZmY4empFd0U/view?usp=sharing
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79NktZZlBORm5OV0k/view?usp=sharing


Buon divertimento!!


mercoledì 3 maggio 2017

La paura: quel brivido freddo lungo la schiena

5° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".



A cosa serve avere paura? La paura, come dicevamo nel primo articolo di questo percorso, è considerata una delle emozioni fondamentali. Benché la maggior parte delle volte sia vissuta come una sensazione spiacevole, essa è molto importante per la nostra sopravvivenza; provate a immaginare una persona che non avverte paura in nessuna situazione, come farà a mettersi in salvo in un contesto che lo richiede? Facciamo un esempio, anche se un po' lontano nel tempo, ci può aiutare a comprendere meglio: immaginate l'uomo delle caverne che esce per andare a caccia e, all'improvviso si trova di fronte una belva feroce. Se egli, per qualche strano motivo, non avvertisse quel brivido freddo lungo la schiena, o non avesse il benché minimo timore di quell'animale, ecco che non scapperebbe e non avrebbe la possibilità di salvarsi. Al contrario, l'istinto gli suggerisce che è meglio defilarsi nell’immediato da quelle circostanze, e così facendo permette al nostro ominide di salvarsi la pelle.
La paura, ci mette in guardia da alcune situazioni che sono pericolose per la nostra vita, e così facendo ci permette di reagire di conseguenza a tali circostanze e preservare la nostra incolumità.
Ovviamente, i tempi sono molto cambiati rispetto a quelli del nostro uomo in minigonna leopardata, e anche gli stimoli che suscitano l’ emozione della paura sono completamente diversi ora da allora; tuttavia ciò che due epoche così lontane hanno in comune è la funzione che questa emozione, a volte “fastidiosa”, ha: ovvero quella di salvarci la vita.

Da dove arriva la paura? Da quanto detto sopra, è semplice dedurre che la paura deriva da un insieme di stimoli che erano per i nostri antenati, e che sono ad oggi per l’uomo moderno, dei veri e propri pericoli, per esempio: rumore, fuoco, calamità naturali, ecc. In alcuni casi tuttavia, la paura si manifesta anche in situazioni inadeguate, per esempio avere paura di un temporale nonostante ci si trovi in un luogo sicuro, essere terrorizzati quando un insetto volante ci passa accanto. In questi casi la funzione “salvavita” della paura non sta funzionando al meglio, anzi, l’emozione si manifesta in modo disfunzionale, e rischia di metterci addirittura nei pasticci. Perché? Pensate ad una persona che va in bicicletta e ha una serie di azioni inconsulte ed azzardate solo perché le sta camminando addosso un ragno, o le svolazza vicino una farfalla…
Per rispondere alla domanda sopra, possiamo riassumere dicendo che la paura, si innesca quando il soggetto avverte come potenzialmente pericoloso uno stimolo esterno o interno.

Nel prossimo articolo parleremo dell’apprendimento delle paure,e della loro intensità, con particolare intenzione alle fobie.
  

ISTRUZIONI E RIFLESSIONI PER LE ATTIVITA’ PROPOSTE

Scheda 1 – Con questa attività si cerca di far familiarizzare il bambino con le proprie paure, permettergli di ascoltarsi e diventare maggiormente consapevole di ciò che lo spaventa e di quanto quella determinata situazione/cosa lo impaurisca. Un esempio di consegna potrebbe essere questo: “Ti capita qualche volta di avere paura? Cosa ti fa paura? Prova a pensare a quattro cose o situazioni che ti spantano e scriverle o disegnarle nei riquadri accanto ai fantasmini. Se disegni vicino al fantasmino da solo significa che questa cosa ti fa poca paura, se invece la scrivi vicino ai quattro fantasmini significa ti spaventa tantissimo. Continua fino ad aver riempito tutti i fantasmini.”


Scheda 2 – Lo scopo di questa scheda è aiutare il bambino a riflettere sulla propria reazione in risposta alla situazione paurosa e a provare a immaginare prima, ed agire in seguito, nuove possibili reazioni alternative. L’attività aiuta inoltre il genitore a capire ciò che il figlio vorrebbe sentirsi dire, ciò di cui ha bisogno, e, sulla base delle informazioni ricevute poterlo aiutare al meglio.


Clicca sul link per scaricare le schede:
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79WEhzZThSRHFyclE/view?usp=sharing
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79bDZ1QXFIdmd5WkE/view?usp=sharing


Buon divertimento!

mercoledì 19 aprile 2017

La gioia e la sua espressione: il sorriso


4° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

Nello scorso articolo abbiamo visto che il sorriso è una tra le prime manifestazioni di gioia; tuttavia, abbiamo anche sottolineato che non sempre i sorrisi delle persone sono espressioni sincere di felicità. Molto spesso, reazioni spontanee, come ad esempio il sorriso, sono soggette ad interpretazioni ed apprendimenti culturali o sociali che modificano la loro vera natura.

Vediamo insieme come sia facile talvolta interpretare in modo erroneo o utilizzare per scopi specifici il sorriso.

I più comuni errori di interpretazione:
Chi sorride più spesso è una persona socievole, positiva e ottimista. Non sempre è vero, sorridere tende ad abbassare l’ansia, esistono sorrisi sinceri e sorrisi di circostanza, sorridere o non farlo non è un affidabile  indice per valutare l’ottimismo o il pessimismo di una persona.
Una donna che sorride poco viene vista come una persona fredda, musona, poco socievole o triste.
Una donna che sorride molto, e nello specifico sorride a un uomo, può essere vista come seduttiva o provocante.

Usare il sorriso per uno scopo specifico:
In particolari situazioni sorridere è un comportamento socialmente sollecitato ed auspicato: per esempio quando si riceve un regalo che non piace, o quando si incontra una persona non molto gradita. Esistono nella nostra società, regole tacite che “impongono o consigliano” di attuare un determinato comportamento
- I maschi sorridono meno delle femmine: questo sembra essere dovuto alla promozione sociale di particolari modelli di comportamento maschile e femminile. Un maschio più serio e austero sembra essere giudicato un uomo più virile e meno avvezzo alle emozioni, considerate caratteristica più frivola e femminile. Numerose ricerche testimoniano come, le donne, più inclini a sorridere di più, siano anche quelle che riescono con più facilità a discriminare se una persona sta provando una gioia sincera oppure sta fingendo, o se il suo sorriso è dovuto ad imbarazzo, nervosismo, ecc.; esse sembrano essere più abili a cogliere ed interpretare le emozioni altrui.
- Esporre un sorriso falso, permette di mascherare agli altri ciò che rende realmente felici o tristi, e di scegliere di condividerlo solo con chi si ritiene sicuro e degno di fiducia, quindi, esporsi in modo meno sincero permette di tutelarsi.

Anche se il sorriso sembra essere una delle prime manifestazioni visibili quando una persona sperimenta gioia, non è l’unica. Infatti, tale emozione può essere identificata da molti altri
elementi, ed anche misura attraverso particolari parametri fisiologici.

Cosa accade nel nostro corpo quando si sperimenta l’emozione della gioia?

I muscoli della faringe e della larige si rilassano e la voce è più chiara e squillante.
- Aumenta l’attività cardiaca, la conduttanza della pelle, il tono muscolare
Si modifica la temperatura corporea
La respirazione diventa irregolare
C’è un miglioramento della memoria e dell’apprendimento
C’è un peggioramento della capacità di valutazione in quanto si sottostimano i rischi e si evitano informazioni negative

Ora che abbiamo discusso delle funzioni, delle manifestazioni e delle modificazioni corporee che la gioia può provocare in ognuno di noi, la cosa migliore che si possa fare per conoscerla bene… è sperimentarla e viverla di persona, al di là di tutte le teorie.

Clicca qui per scaricare le schede delle attività:

https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79Nm80M1hZM01uRjA/view?usp=sharing

Buon divertimento!

ISTRUZIONI E RIFLESSIONI PER LE ATTIVITA’ PROPOSTE

Scheda n.1 – L’attività ha lo scopo di far conoscere al bambino le motivazioni che rendono le persone felici; questo gioco lo porterà a confrontarsi con realtà diverse in quanto i motivi che fanno essere felice un bambino sono molto diversi da quelli che fanno essere felici un adulto, un anziano ecc.., La consegna potrebbe essere questa: “ scegli quattro persone per te particolarmente importanti, e chiedi loro cosa le fa essere felici. In ogni riquadro della scheda scrivi il loro nome o fai il loro disegno e riporta quanto ti hanno detto.”

Gioco di gruppo: Gelato al gusto “Tirami su” – Questa attività può essere fatta sia in un piccolo gruppo che in un gruppo di più ampie dimensioni (ad esempio: da 3/4 partecipanti fino a 15/16 bambini). Lo scopo del gioco è mostrare ad un bambino tutte le caratteristiche positive che possiede e che gli altri apprezzano. Il gioco può essere organizzato nello specifico, per un bambino che in un particolare momento è giù di corda e quindi per “tirarlo su”, o come attività ludica di gruppo per promuovere la conoscenza e il confronto reciprochi. Le variabili posso essere diverse: l’attività può essere fatta verbalmente oppure scrivendo su dei bigliettini di carta colorata; dipende dall’età dei partecipanti, dal tempo, e a volte, dal grado di timidezza. Valutate voi quale sia l’alternativa migliore.
Prendiamo in esame l’opzione “gioco scritto” e attività ludica di gruppo:
I partecipanti si dispongono per terra seduti in cerchio, ognuno di loro dovrà avere davanti a sé una scatola “magica” (può essere per esempio una scatola da scarpe, colorata o disegnata), foglietti colorati tanti quanti i partecipanti al gioco meno uno(per esempio se giocano 10 bambini ognuno di loro dovrà avere 9 fogli), pennarelli o matite colorate a volontà.

Ad ogni bambino sarà chiesto di scrivere su ciascun foglietto colorato, una caratteristica specifica che apprezza di ciascun compagno. Esempio: se giocano 5 bambini, chiamati A,B,C,D ed E, il bambino A dovrà scrivere su un foglio cosa gli piace di B, su un altro foglio un aspetto di C che apprezza, e così via fino ad E. Successivamente, i partecipanti, distribuiranno i biglietti scritti  nelle scatoline di ciascun compagno, in modo tale che, ogni bambino riceva nella propria scatola magica le frasi “tirami su” di tutti gli altri compagni. Si potrà poi scegliere se far leggere a voce alta a ciascun bambino quanto ricevuto, oppure lasciare che sia letto in privato e concludere i gioco con una condivisione di gruppo sulle emozioni che tale attività ha suscitato.



mercoledì 5 aprile 2017

I mille colori della gioia


3° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

Bimbo: “Mamma che cos’è la gioia?”
Mamma: “E’ qualcosa che nasce nella pancia e si espande a tutto il corpo, è piacevole, molto intensa, si prova quando hai ottenuto ciò che desideri. Può durare a lungo o essere più breve, può comparire per qualcosa che avviene al di fuori di te (per esempio rivedere un caro amico dopo tanto tempo, aver vinto una gara sportiva, andare al parco divertimenti che ti piace di più dopo averlo desiderato tanto), oppure dentro di te (per esempio avere un pensiero in un certo momento, o sentirti particolarmente bene una mattina). Puoi chiamarla allegria o felicità, comunque sia, essa è un’ emozione.”
Ecco una breve e semplice spiegazione che può essere data a un bimbo per spiegar lui cosa sia la gioia, e poi…via con una serie di esempi per rinforzare l’idea e permettergli di riconoscerla meglio!

Perché può essere importante far sì che un bambino sperimenti questa emozione già in tenera età?
Secondo alcuni studi, persone che hanno fatto esperienze di questa emozione, sin da piccoli, riescono con maggiori probabilità a riviverla più volte nel corso della loro vita, e a superare con maggior facilità momenti di sconforto, depressione e paura poichè non danno così tanta importanza a tali emozioni.
Quando un bambino comincia a sperimentare la gioia?
Nei bambini, sembra che la gioia compaia già all’età di 12 mesi, tuttavia il piccolo seppur in grado di provarla, non è ancora in grado di capire che in un preciso istante sta vivendo quel particolare sentimento; in pratica la vive fisicamente ma non vi è la corrispondente rappresentazione cognitiva. Infatti, pur essendo il bimbo a sperimentare l’emozione, sono le persone che gli stanno accanto ad accorgersi che lui la sta vivendo; questo è possibile attraverso segnali precisi quali le espressioni del volto, in particolar modo il sorriso, e il riso, e anche grazie al movimento concitato di mani e piedi.
L’emozione dei bimbi è autentica, quella degli adulti … non sempre
Quando sul volto di un bambino compare un sorriso, esso indica che il bimbo sta sperimentando in quel momento un’emozione vera, autentica. Crescendo, questa genuinità, per svariate motivazioni, nel tempo sfuma, tanto da far si che a volte le persone fingano di provare una particolare emozione. Nel mondo degli adulti, infatti, ci si può trovare davanti a sorrisi di circostanza o convenienza, i cosiddetti sorrisi falsi che non corrispondono ad una reale emozione di gioia, e che possono essere facilmente smascherati solo dei più esperti. (Alcuni studi di laboratorio hanno mostrato come adulti e bambini possano riconoscere con facilità immagini di persone che mostrano sorrisi autentici e sorrisi falsi; tale abilità però non sembra essere applicata alla vita di tutti i giorni, durante la quale la nostra attenzione è attratta da una serie diversa di elementi stimolo). Un piccolo trucco per riconoscere un sorriso autentico da uno falso è prestare attenzione ad alcuni elementi chiave: l’utilizzo del muscolo orbicularis oculi e i tempi di comparsa e scomparsa del sorriso sul volto. Se quando una persona vi sorride le si formano tante pieghette attorno agli occhi, e il suo viso impiega qualche secondo per aprirsi in tale espressione ed altrettanto tempo per farla svanire, per farla molto semplice, vi trovate davanti ad un vero sorriso!

Ok! Lasciamo ora il posto ad alcune attività da fare per divertirvi con il vostro bambino!!

Clicca qui per scaricare le schede delle attività:

https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79ZmY4SE9hQTZXOGM/view?usp=sharing
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79SlpWZkdlZEpnbFU/view?usp=sharing
https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79aW9zeGdjbU96NWs/view?usp=sharing

ISTRUZIONI E RIFLESSIONI PER LE ATTIVITA’ PROPOSTE

Scheda n.1 – L’attività ha lo scopo di attivare il bambino con tutti i sensi su di un’esperienza di gioia. La consegna potrebbe essere questa: “In questa scheda puoi completare il quadro della gioia e poi appenderlo in camera tua, oppure conservarlo in un libro…come preferisci. Sulla cornice disegna, colora, incolla o scrivi i colori, gli odori, le cose, i sapori, le parole che associ alla felicità. Puoi disegnare tu, oppure ritagliare immagini dai giornali, dalla scatola delle merendine, da dove vuoi…. Al centro invece, ti chiedo di disegnare o raccontare un episodio in cui sei stato molto, molto felice! Buon divertimento!”

Scheda n. 2 -  Con questo gioco si vuole far riflettere il bambino sulle persone che, quotidianamente, egli incontra e che in modi diversi lo aiutano a provare gioia. Una modalità per proporre la scheda potrebbe essere questa: “Tutti i giorni, nei luoghi in cui ti rechi, incontri qualcuno con il quale condividi momenti felici, fai attività divertenti; puoi dire che con loro ti senti gioioso? Con chi per esempio? Nella scheda 2 A scrivi nei riquadri le persone che incontri con le quali sei felice, poi colora il riquadro corrispondente nella scheda 2 B e incollalo come indicato sopra la scheda 2 A. In questo modo avrai tante finestrelle che nasconderanno i nomi delle persone con le quali sei felice. L’ultimo luogo puoi sceglierlo tu!!” Buon divertimento!!





mercoledì 22 marzo 2017

"Come un vulcano: la rabbia."


2° parte - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni".

Nella prima parte abbiamo lavorato, da un punto di vista pratico, sulla rabbia che il bambino osserva nelle altre persone, questo perché, solitamente, è più facile osservare comportamenti, modalità relazionali, parole, nell’altro prima di riuscire a compiere tale operazione su noi stessi. Basti pensare a quanto sia facile criticare un’altra persona in modo brusco e intransigente e quanto siamo più indulgenti nei nostri confronti quando si ripropone lo stesso atteggiamento/situazione e qualcuno ce lo fa notare.
In questa seconda parte il genitore dovrà accompagnare il bambino a comprendere la propria rabbia, quali sono i suoi atteggiamenti, in quali situazioni si manifestano, cosa celano dietro.
Un lento e graduale percorso di consapevolezza all’interno del “proprio mondo”, ovvero di sé.

L’esercizio 1 ha lo scopo di riflettere sulle parole che il bambino utilizza nei confronti degli altri o anche di se stesso quando si arrabbia. Iniziare a valutarle: sono le stesse utilizzate dai genitori/nonni/amici? Sono adeguate alla sua età? Arrabbiarsi in determinate occasione è una modalità propria del bambino o c’è stato un apprendimento per imitazione da quello di un altro adulto? (cioè il bambino si arrabbia per qualcosa che sente vero per lui o ripropone la rabbia nelle situazioni in cui si infuria il papà o la mamma?)

L’esercizio 2 vuole permettere al bambino di identificarsi con chi riceve la sua rabbia: come si sente questa persona davanti a ciò che si è sentito dire? Quali emozioni prova?
Se è particolarmente difficile per il bimbo compiere questo processo mentale, può essere opportuno fare un passo indietro e partire da: “come ti senti quando mamma/papà sono arrabbiati con te e ti dicono certe parole?”

L’esercizio 3 ha invece il fine di aiutare i bambino a capire che è possibile dire ciò che  pensa o sente senza necessariamente ferire l’altra persona. Quindi esprimere i propri sentimenti, partendo dal “ Io mi sento…” senza dover accusare l’altro con frasi quali “Tu sei / hai fatto…..”
Spesso la rabbia nasconde tristezza, frustrazione, paura, senso di svalutazione, ecc… aiutiamo il bambino a verbalizzarle per trasformarle in una comunicazione più costruttiva.

Scarica e le schede, e ... buon divertimento!

 clicca qui per scaricare (https://drive.google.com/file/d/0B2B16-ORoT79b0M1QllNSU9uMnc/view?usp=sharing)



mercoledì 8 marzo 2017

"Come un vulcano: la rabbia."


1° parte - Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … 
che credono ancora nella magia delle emozioni"


La rabbia fa parte di quelle che in “psicologhese” vengono chiamate emozioni di base, ovvero quel ristretto numero di emozioni, che al pari dei colori primari (giallo, rosso, blu e verde) se mischiate tra loro possono dare origine a molteplici sfumature, chiamate, a loro volta, emozioni secondarie. La rabbia, come detto, può dare origine a diverse altre emozioni, differenti per intensità; per esempio: l’irritazione, l’ostilità, l’impazienza, la collera, l’ira, il furore, elencate in un crescendo sempre maggiore rispetto all’emozione base.
La rabbia si manifesta in molti modi: alzando il tono della voce o urlando, con la tensione di tutti i muscoli del corpo, aggrottando le sopracciglia, aggredendo verbalmente. Essa è spesso definita “emozione negativa”, in modo improprio a mio avviso, in quanto, così facendo, si corre il rischio di darle una connotazione sbagliata, ovvero quella di un’emozione che essendo appunto negativa dovrebbe non essere sperimentata, non essere espressa o addirittura accantonata. La rabbia invece, al pari delle altre emozioni, è molto importante, utile alla vita e addirittura, nella misura adeguata, una preziosa risorsa. Detto questo, ecco il perché  preferisco una classificazione delle emozioni in: piacevoli e spiacevoli; dove il significato di piacevolezza o spiacevolezza è dato dalla sensazione che sperimenta la persona che sta vivendo quella particolare emozione.
La rabbia, come detto prima, se usata bene, è un’emozione costruttiva, al contrario, se non vi è educazione in tal senso, può portare a conseguenze negative come per esempio l’esplosione della stessa nei confronti di una persona più debole o in modo immotivato, o ancora il volgersi contro di sé.
Cosa significa educare alla rabbia? Per esempio:
-         riconoscere i propri bisogni
-         associarla a delle parole, delle sensazioni, degli stati d’animo
-         imparare a manifestare le proprie emozioni senza schiacciare l’altro
Dopo questa breve introduzione teorica, il modo migliore per esercitarsi sul campo, è praticare… lasciamo dunque il posto ad alcune attività da svolgere con i vostri bambini.
Se vi fa piacere, potete provate a fare anche voi questi semplici esercizi, potrete dare ai vostri piccoli lo spunto per iniziare qualora si trovassero in difficoltà, o ancora, potrete confrontare i vostri punti di vista con i loro ed accorgervi dell’esistenza di eventuali differenze.

Scarica e le schede, e ... buon divertimento!



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mercoledì 8 febbraio 2017

Per mano ti accompagnerò… e ci emozioneremo insieme.


Introduzione - "Percorso di educazione emotiva per bambini e genitori … che credono ancora nella magia delle emozioni". 


Un giorno il caldo Sole disse alla Luna: “Se io non ci fossi, le piante non crescerebbero più, sulla terra tutto si ghiaccerebbe! Sono molto importante io!”, e la pallida Luna rispose “Se mancassi io, gli animali e le persone non andrebbero mai a dormire, ci sarebbe sempre caos e azione e mai un momento in cui fermarsi e ricaricarsi!”. “Si ma io sono più importante di te perché ….” continuò il paffuto sole, “… il mio lavoro però serve anche a ….” replicò la romantica Luna; e così via a discutere su chi fosse più o meno importante tra i due, di chi si potesse fare a meno… senza accorgersi di essere entrambi una faccia importane di una stessa medaglia: la vita.
Così come Sole e Luna, Logos (ragione) e Phatos (sentimento), allo stesso modo sono due parti complementari dell’individuo: due componenti fondamentali che permettono alla singola persona di svilupparsi in un essere umano davvero “completo”.
Cosa sarebbe un uomo tutta Ragione? Un macrocefalo su due gambe che fa calcoli e previsioni come un computer! E cosa sarebbe un altro tutto sentimento? Un cuore ambulante che si fa trasportare dagli stati d’animo senza una logica!
I sentimenti stimolano i pensieri, i comportamenti, l’agire umano e i pensieri, i comportamenti, l’agire umano stimolano i sentimenti.
Negli ultimi anni si sta assistendo sempre più, e chi lavora nelle scuole e a contatto con i bambini lo sa bene, ad un progressivo impoverimento emotivo, una crescente diseducazione a parlare di emozioni, riconoscerle, empatizzare con i sentimenti dei propri compagni o familiari. Le cause di questa tendenza sono da ricercarsi a più livelli:
-          latitanza dei genitori, figure sempre più assenti nella vita dei figli e sostituite da “tate” digitali ed anaffettive: tv e videogiochi
-          stili educativi basati sull’eccessivo permissivismo
-          contatti umani (carezze, abbracci, complimenti) che viaggianono quasi esclusivamente via web ma che mancano poi fisicamente
-          regole sociali che promuovono la superiorità della cognizione sull’affettività (ex: L’uomo che non deve chiedere mai – Chi piange è un debole, ecc.)
Bambini che diventeranno adulti indifferenti, freddi, anaffettivi e razionalizzanti perché non si è insegnato loro ad entrare in contatto con un mondo interiore fatto di emozioni piacevoli e spiacevoli, fatto di gioia, tristezza, rabbia, paura, amore e molto altro. E così via, come un cane che si morde la coda, di genitore in figlio, il modello verrà tramandato, molto spesso, senza aver la consapevolezza di non essere capaci di “emozionarsi”, di non saper nominare le mozioni, di non saper rispondere a una semplice domanda: “Come ti senti adesso?”. E’ sorprendente ascoltare le risposte che molti pazienti mi danno: “Bhe, oggi abbiamo discusso di …, la giornata è stata terribile, il lavoro molto impegnativo, con mio figlio non so cosa fare, ecc.” senza riuscire a nominare una singola emozione anche quando la domanda è posta più volte, e senza mai nemmeno accorgersene.
Con questa breve introduzione si intende proporre, a tutti i genitori, un mini corso di educazione alle emozioni che fornirà spunti, attività e spiegazioni per insegnare e/o imparare con il proprio bambino ad emozionarsi un po’, a vivere la vita con la “pancia” e non solo con la “testa”, a scoprire un mondo sommerso che ognuno di noi possiede ma che spesso è messo da parte.
Ogni mese verrà pubblicato un articolo che prenderà in esame una particolare emozione, ne verrà data una breve introduzione teorica e si proporranno delle attività da svolgere per entrare in contatto con tale emozione.

Siete pronti per questo viaggio dove i piloti saranno i vostri bambini?